venerdì 2 dicembre 2011

Da Ti racconto una canzone LA CASA DI HILDE

LA CASA DI HILDE

Molti adulti conservano per anni il ricordo di un incontro d’infanzia con un cane o con un gatto… io invece ho un ricordo vivissimo della mattina in cui incontrai una capra… sia perché questo incontro avvenne dopo un pomeriggio ed una notte dense di avvenimenti e di emozioni, sia perché quel giorno cominciai ad intuire quale fosse il lavoro di mio padre, sul quale fino ad allora non avevo le idee chiare. Per combinazione qualche mese prima, a scuola, la maestra me lo aveva chiesto ed io avevo risposto quello che sentivo dire dalla mamma, cioè che papà era in giro per affari. Già, ma quali affari?
Ricordo come fosse oggi il giorno in cui mio padre, dopo aver parlato al telefono in una lingua straniera per quasi quaranta minuti, all’improvviso mi disse che mi avrebbe portato a fare una gita in Svizzera. La mamma fece una smorfia, fu sul punto di intervenire, ma non aprì bocca;  io, invece mi entusiasmai all’istante. Non ero mai stato all’estero e la cosa mi mise addosso un’eccitazione incontenibile. A volte la sera, mentre mamma e papà giocavano a carte o a dama, io giocherellavo con una vecchia radio ad onde corte ed amavo moltissimo sentire voci strane, in lingue a me sconosciute; i fruscii, i rumori di fondo rendevano più eccitante l’ascolto. Quando pensavo all’ “estero” nella mia mente vedevo posti esotici, lontani, in cui non solo la lingua, ma tutto: dal cielo agli animali, dai colori alla forma delle case assumeva un aspetto strano, diverso, misterioso.
L’indomani partimmo, subito dopo aver pranzato. Era un pomeriggio di marzo gelido e luminoso.  Lasciammo la macchina in un paesino pittoresco di cui non ricordo il nome e verso le tre del pomeriggio ci incamminammo a piedi per un sentiero coperto di aghi di pino. Non avevo mai visto la montagna così verde. Chiesi a mio padre se la Svizzera fosse ancora lontana.
“Non è lontana, ma ci andiamo domani mattina. Oggi devo vedere una mia amica; ceneremo e dormiremo da lei, poi domani all’alba andremo in Svizzera”. Non mi aspettavo una risposta del genere e confesso che le parole di mio padre mi gelarono e mi lasciarono addosso non solo un po’ di delusione, ma anche una buona dose di inquietudine.
Mio padre sembrava avere fretta, camminava a lunghi passi ed io per tenergli dietro ero costretto a correre. La sua ombra nitidissima sul verde cupo del sentiero sembrava enorme: il doppio della mia.
Papà mi indicò una montagna davanti a noi che mi parve altissima.
“Oltre quel  monte c’è il confine” mi disse. Cercai di immaginare cosa ci fosse oltre il confine, ma mio padre mi riportò alla realtà: “e su quel monte c’è la casa di Hilde”.
Continuai a camminare col cuore in gola. Che storia era mai mia questa?  C’era proprio bisogno di varcare una montagna a piedi per fare una gita? Non potevamo andarci in macchina? e perché fermarci a mangiare e a dormire da questa signora che non avevo mai sentito nominare? Mi tornarono in mente le storie di streghe che mi raccontava la nonna e qualche film dell’orrore che avevo udito raccontare in tram dai ragazzi più grandi. La salita fu comunque meno dura del previsto.
Quando bussammo alla porta della casa (una baita isolata in un prato verdissimo che a me, lo ricordo con raccapriccio, parve esattamente identica alla casetta di marzapane di Hansel e Gretel), lo confesso,  avevo paura. Ero pronto alle più orrende visioni e istintivamente mi strinsi a papà.
Hilde venne ad aprire. Era una signora sui quarant’anni, bionda, il viso rossiccio cotto dal sole, con un sorriso luminoso ed un abito bianco; una creatura ben lontana dalla strega che mi ero aspettato di incontrare.
Ci fece entrare, ci offrì un tè bollente, poi papà ed io ci sedemmo a guardare il tramonto, uno spettacolo così bello che ci tolse il fiato. Restammo in silenzio, perché –come giustamente mi disse papà- uno spettacolo del genere non andava soltanto guardato, ma anche ascoltato. Hilde si mise in disparte a suonare la cetra.
Suonava il primo movimento del concerto per chitarra ed orchestra “Concierto de Aranjuez” di Juan Rodrigo. Era la prima volta che lo ascoltavo, e provai un’emozione indescrivibile. Mi ricordava vagamente una canzone che cantava sempre la mamma, di cui cominciavo a sentire la nostalgia. Chissà perché papà non aveva portato anche lei?  Per scacciare l’incipiente magone mi concentrai sulla musica e mi chiesi se fosse davvero la stessa melodia o se fossero due arie simili.
Mi sorpresi a canticchiarla tra me movendo appena le labbra.

                                     Caro amore
                                     nei tramonti d’aprile, caro amore 
                                     quando il sole si uccide oltre le onde
                                     puoi sentir piangere e gridare
                                     anche il vento ed il mare...

Cenammo con un piatto di pizzoccheri e due fette di bitto, poi Hilde cedette a me e a papà il suo letto e si sdraiò su un divano.
Mio padre si addormentò subito, ma io non riuscivo. Guardavo dalla finestra la luna, una luna enorme, non piccola come quella che illumina il cielo di Milano; pensavo che mi sarebbe bastato allungare una mano per toccarla… poi all’improvviso cominciò a scendere la neve e ad imbiancare il prato davanti alla casa di Hilde.
Mi sentivo coinvolto in un’avventura misteriosa, in un intrigo come quelli dei film. Ebbi in quel momento la netta percezione del fatto che le streghe non esistono, sono storie inventate apposta per far paura ai bambini, ma nello stesso tempo sentii che esistono altre situazioni altrettanto inquietanti e paurose che i piccoli non conoscono. Per la prima volta mi sentivo un uomo e non un bambino di otto anni.
Ad un certo punto anch’io mi addormentai, ma venni risvegliato da colpi secchi picchiati alla porta della baita.
“Apri, Martinelli, sappiamo che sei lì dentro” gridava una voce con forte accento lombardo.
Mio padre si infilò i pantaloni e come aprì la porta si trovò un fucile puntato all’altezza del cuore. Alzò le mani e si lasciò perquisire dal doganiere.
Dalla giacca saltò fuori ben poco: documenti… qualche spicciolo… la foto di me piccolissimo, in braccio a papà e mamma in piazza san Marco a Venezia. Nient’altro.  Hilde non si era mossa. Sul divano, enigmatica, continuava a suonare la cetra, sempre lo stesso pezzo, mentre io per vincere la paura mi sforzavo di ricordare le parole.

                                     Caro amore
                                     i fiori dell’altr’anno caro amore
                                     son sfioriti e mai più rifioriranno
                                     per i giardini ad ogni inverno
                                     e più tristi son le foglie.

Il doganiere frugò anche nei pantaloni di papà, ma trovò solo il fazzoletto, poi guardò nei pochi mobili della baita senza trovare quello che gli interessava.
Prima di andarsene ci strinse la mano e si sforzò di sorridere, ma io lessi nei suoi occhi la desolazione del segugio che torna ai piedi del cacciatore senza l’agognata selvaggina.
Quando il doganiere si fu allontanato Hilde e mio padre si abbracciarono. Hilde svitò il manico della cetra e tirò fuori una manciata di diamanti che papà fece sparire in una tasca interna della giacca.
Aprì una bottiglia di Grumello e riempì un  bicchiere per sé ed uno per papà, poi, visto il mio sguardo implorante, me ne versò mezzo bicchiere.
Ormai era l’alba. Lasciammo la casa di Hilde e ci avviammo verso la dogana.
La strada dapprima era in salita, poi cominciò a scendere.
“Siamo in Svizzera” disse mio padre.
Mi guardai attorno: l’erba, i fiori, gli insetti erano identici a quelli dell’Italia. Un vecchietto che incontrammo con la gerla in spalla ci si rivolse in dialetto lombardo. Confesso che provai una fitta al cuore.
“L’estero” non era come io lo avevo immaginato e forse anche mio padre non era l’uomo che credevo di conoscere.
Una capra, curiosa, si avvicinò a noi.
Mio padre che aveva letto sul mio volto la tristezza, anche se non sapeva a cosa attribuirla, per distrarmi prese una corda e legò la capra che non oppose resistenza.
Ci incamminammo e la portammo con noi.
La casa di Hilde
(Francesco De Gregori)


L'ombra di mio padre due volte la mia,
lui camminava e io correvo,
sopra il sentiero di aghi di pino,
la montagna era verde.
Oltre quel monte il confine,
oltre il confine chissà,
oltre quel monte la casa di Hilde.
Io mi ricordo che avevo paura,
quando bussammo alla porta,
ma lei sorrise e ci disse di entrare,
era vestita di bianco.
E ci mettemmo seduti ad ascoltare il tramonto,
Hilde nel buio suonava la cetra.
E nella notte mio padre dormiva,
ma io guardavo la luna,
dalla finestra potevo toccarla,
non era più alta di me.
E il cielo sembrava più grande
ed io mi sentivo già uomo.
Quando la neve scese a coprire la casa di Hilde.
Il doganiere aveva un fucile
quando ci venne a svegliare,
disse a mio padre di alzare le mani
e gli frugò nelle tasche.
Ma non trovò proprio niente,
solo una foto ricordo.
Hilde nel buio suonava la cetra.
Il doganiere ci strinse la mano
e se ne andò desolato,
e allora Hilde aprì la sua cetra
e tirò fuori i diamanti.
E insieme bevemmo del vino
ma io solo mezzo bicchiere.
Quando fu l'alba lasciammo la casa di Hilde.
Oltre il confine,con molto dolore,
non trovai fiori diversi,
ma sulla strada incontrammo una capra
che era curiosa di noi.
Mio padre le andò più vicino
e lei si lasciò catturare,
così la legammo alla corda e venne con noi.

Questa canzone è stata incisa da Francesco De Gregori.


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