sabato 1 ottobre 2011

LA LEGGENDA DI OLAF


Per tutti, da anni, sono “il barbone della foresta di Beaulieu”. Da questo bosco  passano mercanti e pellegrini e, qualche volta i Crociati diretti in Terrasanta e quando passano i Crociati per me è  il momento peggiore. Quando vedo armature, cavalli e cavalieri mi copro il viso per non guardare e la bocca perché nessuno senta i miei singhiozzi. Qualcuno mi insulta, qualcuno allunga il passo quando mi vede steso sul mio letto di foglie, qualcuno finge di non vedermi; ma c’è anche chi si ferma e mi offre un pezzo di pane e formaggio, un frutto, un abito di lana smesso… Quando un passante impietosito dal mio stato  o solo curioso mi chiede il mio nome dico Jean o Marc, o Jacques o la prima cosa che mi viene in mente… a qualcuno ho detto che il mio nome l’ho dimenticato…ed in parte questo è vero.

Se dicessi che mi chiamo Olaf e che ho salvato il re e la Francia sgominando quasi da solo i nemici nella celebre battaglia di Rocroi tutti riderebbero di me e mi darebbero del pazzo. Io stesso, a volte, non credo al mio passato… forse l’ho sognato, forse l’ho vissuto sì, ma qui nella foresta, dopo aver mangiato uno di quei funghi che non sono né buoni né velenosi, ma che fanno sognare incantesimi e stregonerie… forse in questo bosco ci sono sempre vissuto… forse mi ci hanno abbandonato da bambino come nelle favole che sentivo raccontare al castello… perché in un castello ho trascorso la mia infanzia e questo non posso averlo sognato…ma ormai sono vecchio, il freddo, la fame, la solitudine stanno dando un aiuto formidabile all’età… non vedrò spuntare le nuove foglie e i nuovi fiori di una nuova primavera, né sentirò più cantare gli uccellini, come dice quella bella canzone che ho sentito cantare da bambino; la cantava un trovatore nel castello di mio padre; però prima di morire voglio narrarti, sconosciuto viandante e amico che ti sei fermato impietosito a guardare questo vecchio, la mia storia, anche se dubito  che tu mi crederai.


La mia famiglia è una delle più nobili di questa regione e mio padre era vassallo del re. Ottenne il feudo come ricompensa per una missione che aveva compiuto nei freddi paesi del nord da dove si dice provengano i nostri vicini, quei Normanni che non riescono ad affrancarsi dalla prepotente signoria degli inglesi.

A questo lungo viaggio di mio padre devo il mio bizzarro nome, mai sentito in queste contrade: Olaf; sempre a mio padre devo la grande fortuna della mia vita (anche se poi è divenuta la mia disgrazia): a diciotto anni sono entrato come cavaliere alla corte del nostro sovrano.
Fu lì che conobbi la regina Eleonora, la donna più bella ed affascinante del mondo come cantano i trovatori… ma io che l’ho conosciuta di persona posso dire che tutte le ballate provenzali messe assieme non riescono ad esprimere la decima parte del fascino della dolce signora.
Eh caro amico tu non puoi immaginare la mia vita dai diciotto ai ventidue anni: assalti, duelli, battaglie… a Rocroi io da solo misi in fuga i nemici del re, e tornai ferito all’accampamento… poi cacce, marce sotto il sole o sotto la neve… la crociata… e sempre nella mente la mia regina. Quante volte ho sognato di corteggiarla e che lei accettasse la mia corte e che… ma poi mi risvegliavo e rivedevo la triste realtà, io vincolato al giuramento feudale e lei regina e moglie del mio sovrano. E allora mi prefissi un obiettivo: mai avrebbe dovuto neppure sospettare che io l’amavo.
Ma arriviamo a quel maledetto giorno in cui la mia vita cambiò in maniera radicale il suo corso.
Era un giovedì ed il re si apprestava a partire per la gran caccia… non ti dico l’eccitazione e il movimento nel castello. Anch’io già pregustavo quello che era il momento più bello e più divertente dell’anno, quando il re, senza bussare entrò nella mia stanza. Non ebbi neanche il tempo di inginocchiarmi che già mi aveva abbracciato.
“State comodo, Olaf, devo parlarvi da amico, non da re”.
“Dite Maestà” dissi con una certa inquietudine.
“Voi sapete Olaf che io non mi fido di nessuno se non di voi. Voi siete il mio unico amico in questo nido di vipere”.
“Voi mi confondete, Maestà”
“Olaf, non mi interrompete e statemi a sentire. Io conosco voi, la vostra fedeltà alla corona e la vostra devozione alla regina Eleonora”.
A queste parole cominciai ad agitarmi. Che il re mi avesse letto nel pensiero? Che mi fossi tradito, non certo con una parola, di questo ne ero sicuro, ma con uno sguardo, un tremore, un rossore?
Il re continuò.
“Olaf, voi non verrete alla gran caccia. Resterete al castello e veglierete sulla regina.
“Ma, Maestà…”
“E’ un ordine, Olaf. Ma è anche una richiesta di un amico, di un uomo solo che non ha che voi… voi siete l’unico qui dentro che prendete sul serio la sacra formula del vassallaggio che avete pronunciato in ginocchio, davanti a me, durante la cerimonia dell’infeudazione. Solo con voi qui a palazzo la regina è al sicuro”.
Stavo per rispondere, ma il re se n’era già andato.

Scese la sera e l’oscurità avvolse il castello. Dissi a me stesso: “che scherzi fa la suggestione… manca il re e mancano una dozzina di cavalieri e tutto il castello mi sembra deserto”. Ma poi mi accorsi che davvero non c’era nessuno, in nessuna stanza, in cucina, nelle armerie, nemmeno… salii le scale con la spada in pugno e nel grande salone delle feste mi trovai di fronte la regina Eleonora, con uno splendido abito verde e, cosa mai vista prima, i lunghi capelli biondi sciolti sulle spalle.
Olaf, caro, siediti” mi disse, mentre io non sapevo cosa pensare del fatto che mi stava dando del tu… di quell’aggettivo inusuale sulla bocca di una sovrana… di quei capelli sciolti come nessun mortale, se non il re, li aveva mai visti.
Poi aggiunse “vieni qui. Ti piacciono i miei capelli? Vorrei che tu me li accarezzassi. Sono belli vero i miei capelli?  Ma mai quanto i tuoi occhi grigi. Nessuno ha gli occhi belli come i tuoi, dolce Olaf”.
Mi sentii mancare.
La situazione, le parole che quasi ogni notte avevo sognato da anni ed anni… ma all’improvviso mi venne in mente chi ero io e chi era lei e, soprattutto, cosa avevo giurato anni prima nella chiesa di Saint Denis, inginocchiato davanti al mio sovrano.
“Madonna –le dissi con voce ferma nonostante l’emozione, ma penso che san Michele mi sostenesse in quel momento con la sua spada di fiamme-io sono un cavaliere, non tradirò mai il mio re”.
“Sciocco di un Olaf, lo so che hai paura delle male lingue, ma guardati attorno, il castello stasera è deserto, non ci siamo che tu ed io… sono bastati due buoi arrosto, cinque brente di vino e una dozzina di sgualdrinelle fatte venire dalla città e tutti i servitori, le sentinelle, i cavalieri sono al borgo a fare una gran festa. Siamo tu ed io da soli. Come Adamo ed Eva nel paradiso terrestre…”
“Madonna -ribattei con voce ferma- chiedetemi tutto quello che volete, anche di dare la vita per voi, ma non chiedetemi di tradire il re. Io sono un cavaliere”.
“Come volete, Olaf” rispose freddamente. Potete ritirarvi. Qui nessuno ha bisogno di voi, men che meno la regina”.
Andai nella mia stanza e piansi per tutta la notte.
Per tre giorni la regina non uscì dai suoi appartamenti. Si faceva servire i pasti in camera ed aveva ordinato che nessuno potesse sostare davanti alla stanza, nemmeno io. Mi limitai dunque a sorvegliar discretamente, da lontano, che nessun estraneo si avvicinasse all’ala del castello dove erano ubicate le stanze dei sovrani.
La domenica mattina uno squillo di tromba accolse il ritorno del re. Cavalieri, paggi, tutti coloro che non erano partiti per la gran caccia erano schierati sul piazzale proprio di fronte al ponte levatoio che venne abbassato con un forte stridore di catene.
In quel momento la regina Eleonora uscì dai suoi appartamenti come nessuno l’aveva mai vista: pallida, scalza, i capelli sciolti, ma scomposti e non curati, vestita con un rozzo abito di panno grigio sottratto credo a qualche serva. Mi passò davanti senza guardarmi e mi accorsi solo allora che le sue guance sanguinavano: se le era graffiate con le sue lunghe unghie, affilate come spade d’Inghilterra.

“Ah sire, sire –gridò gettandosi ai piedi del marito- non mi lasciate più sola, ve ne prego. Proprio qui nel vostro castello ed in vostra assenza la vostra sposa ha subito un oltraggio inenarrabile…”
Al re passò immediatamente il buonumore. Le splendide giornate di caccia, una caccia fruttuosa, il ritorno al castello… tutto svanì dalla sua mente e non ebbe orecchie ed occhi se non per la moglie.
Era profondamente turbato.
“Ditemi cosa è successo, dolce Madonna ed io vi prometto che non rimarrà impunita l’offesa recata alla mia sposa”.
“Ah sire, sire –continuò la regina singhiozzando- il vostro paladino, il solo uomo di cui voi vi fidate, il cavaliere Olaf, mi ha fatto proposte che non oserei riferire nemmeno al confessore, nonché a voi, mio sposo e mio sovrano.
Io ero lì in  piedi, immobile e non credevo alle mie orecchie.
“Cavaliere Olaf  -mi disse il re- avete sentito cosa ha detto la regina? Nei sacri libri della cavalleria sta scritto che le donne ed i cavalieri non possono mentire. Ho appena sentito le parole della regina ed ora voglio sentire le vostre”.
In una frazione di secondo feci tra me un lungo ragionamento. Se avessi detto la verità avrei dato della bugiarda alla regina, avrei costretto qualche cavaliere a prendere le sue difese sfidandomi a duello, e, dato che nessuno all’epoca poteva competere con me né con la spada né con la lancia, lo avrei certamente ucciso. Già, ma la sua morte avrebbe privato il regno di un uomo valoroso… inoltre il giudizio di Dio avrebbe confermato la menzogna della regina… della donna che amavo e che avrei continuato ad amare.
Chinai la testa.
“Ciò che dice la regina è vero, o mio sovrano. Chiedo perdono a voi ed a lei per un attimo di debolezza, giustificato, se posso osare, Maestà, dalla sua stupenda bellezza”.
“Messer Olaf  -disse il re- e vi chiamo messere, come quegli stupidi che lasciano le ville e vanno a vivere nei borghi, pensando di arricchirsi comperando e vendendo, lavoro da schiavi e da donnicciole, quando il Signore Iddio ha stabilito nella sua infinita sapienza che tre soltanto sono le attività a cui un uomo libero può degnamente dedicarsi: la guerra, la vita religiosa e l’agricoltura. Vi chiamo messere perché vi siete comportato da borghese, non da cavaliere… messer Olaf, per il gesto che voi avete compiuto l’unica pena possibile è la morte”. Sospirò brevemente, poi soggiunse: “Ma io non posso dimenticare che se oggi io sono qui, se lo scettro è nelle mie mani è perché nella battaglia di Rocroi voi rischiaste la vita per salvare il re e la patria. Vi debbo eterna gratitudine. Prendete il vostro cavallo ed un otre di acqua fresca ed andatevene via dal mio feudo. Via, ho detto.  Il più lontano possibile”.

Galoppai tutto il giorno, incurante del fatto che due cavalieri senza insegne mi seguivano. Decisi di ignorarli. La notte mi trovai solo sotto le stelle e cominciai a riflettere.

La regina si era impegnata al massimo per raggiungere il suo obiettivo.. i buoi… il vino tenuto gelosamente in serbo per le nozze della sorella previste per la prossima primavera… le sgualdrine, ma… cosa aveva ottenuto? Niente. Ed io cosa avevo ottenuto in tutta la mia vita? Avevo amato la donna di un altro (e continuavo disperatamente ad amarla), avevo ucciso per essere qualcuno… ed eccomi lì in una foresta come un bandito. Il mio amore lontano… il mio nome disonorato per sempre… la mia vita… meglio non pensarci.  Presi una corda e ne feci un nodo scorsoio. Davanti a me si levava un enorme sicomoro sotto il quale c’era una grossa pietra. Salii in piedi sulla pietra, legai la corda ad un ramo del sicomoro, mi infilai il cappio alla gola e diedi un gran colpo di reni.
Sentii un rumore secco e caddi a terra. Una freccia aveva tagliato la corda proprio nel momento in cui stavo per impiccarmi. Raccolsi la freccia e vidi che aveva un biglietto incollato vicino alla punta.
Alla luce della luna mi misi a leggere.


Olaf, amico mio, conosco te e conosco la regina Eleonora e non ho dubbi su chi stamattina abbia detto il vero e chi abbia mentito. Ma Eleonora è la moglie del re, domani sarà la madre dell’uomo destinato a regnare sulla Francia. Capisci che non ho alternative? Sappi che rimarrai sempre nel mio cuore. Accetta il mio piccolo dono e, se il nome di re e di patria dicono ancora qualcosa alla tua mente non parlare mai a nessuno di questa storia.
Addio amico degno di miglior sorte.
Il tuo amico Luigi.




Qualcosa che al momento mi parve un sasso mi percosse il petto, ma mi accorsi che si trattava di un sacchetto di stoffa contenente duecento monete d’oro.

I due cavalieri che per tutto il giorno mi avevano seguito si dileguarono al gran galoppo nella fitta boscaglia.

Mi addormentai sull’erba e come quasi tutte le notti sognai che stavo passeggiando in un giardino fiorito, Eleonora mi guardava e mi sorrideva, io le dichiaravo il mio amore e lei si avvicinava… ma mentre stava per congiungere le sue labbra alle mie mi risvegliai.

Il giorno dopo donai le duecento monete d’oro al convento di Saint Pierre e lasciai libero il cavallo. Da allora vivo in questa foresta, mangio quello che trovo, accetto la carità dei viandanti e continuo a sognare Eleonora. A volte mentre sono solo mi torna in mente la canzone che cantava sempre mio padre quando mi insegnava a cavalcare… io ero un bambino e non capivo bene il senso delle parole, ma mi piaceva tanto e la cantavo con lui:

                             

                                        sola vorrei trovarla

                                        che dormisse o fingesse di dormire

                                        per rubarle un dolce bacio



Addio sconosciuto amico. Ho parlato con te perché sono sicuro che non mi crederai, quindi non sto violando la promessa fatta al mio sovrano tanti anni fa.

Si fa notte, cercati una locanda.

Io dormirò qui sull’erba e sognerò Eleonora. Sognerò di dichiararle il mio amore, di abbracciarla, di baciarla… tanto so già che mi sveglierò prima di riuscire a possederla, sia pure in sogno.



                                      Sognò, sognò, sognò, sognò,

                                      sognò, sognò, sognò…

                                      ma quella volta non si risvegliò.





NOTA STORICA: ho lasciato nel racconto il riferimento a Rocroi per rispetto al testo di Vecchioni, ma con molte perplessità. La canzone di Vecchioni, infatti ha un sapore occitanico-trobadorico che il mio racconto mantiene, anzi accentua. Ne consegue che il “nostro” Olaf è nato cinquecento o seicento anni prima della battaglia di Rocroi. Comunque nulla vieta di pensare che in età feudale ci sia stata un’altra battaglia di Rocroi di cui si è successivamente persa la memoria.







La leggenda di Olaf


(Roberto Vecchioni)

Fu allora che madonna gli disse:" Hai gli occhi belli
vorrei che accarezzassi stanotte i miei capelli"
Fu allora che rispose: "Grazie madonna no!
Io sono un cavaliere e il re non tradirò"
E a lei non valse niente comprare la memoria
di sentinelle e servi mandati a far baldoria
e a lui negli occhi grigi l'amore ritornò:
l'attesa di una vita per dover dire no
"Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?"
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò
poi, come tutti, si risvegliò
sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò
poi, come tutti, si risvegliò.

Tornò di lì a tre giorni il re dalla gran caccia
e lei gli corse incontro graffiandosi la faccia
l'ira le fece dire: "Puniscilo perché
lui non portò rispetto alla moglie del re".
E a lui non valse a niente il sangue sui castelli
Rocroi, la spada e il sole sul viso nei duelli
quando sentì di dire di dover dire sì
con un cavallo e l'acqua fu cacciato di lì.
"Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?"
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò
poi, come tutti, si risvegliò
sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò
poi, come tutti, si risvegliò.

Capì d'aver ucciso per essere qualcuno
capì d'aver amato il giorno di nessuno.
La strada all'improvviso, la strada si accorciò
e sotto un sicomoro la gola s'impiccò.
Sentì tagliar la corda, gli tesero una mano
ma dentro c'era l'oro, l'oro del suo sovrano
il re ti paga e chiede di non parlare mai
monta il cavallo e fila più lontano che vai.
"Che fai sotto le stelle? chi vuoi dimenticare?"
Socchiuse gli occhi e volle andarsene, sparire
sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò
ma quella volta non si svegliò
sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò
ma quella volta non si svegliò
sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò
ma quella volta non si svegliò
sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò,sognò
ma quella volta...

Questa canzone è stata incisa da Roberto Vecchioni e da Ornella Vanoni.




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